Opere

Laudano, Lusuardi, Munarini, Pisi, Silla

L’eredità di Ottorino Davoli nella pittura reggiana di oggi.
Quando, nel mondo della Pittura reggiana del XX secolo, si parla di Davoliani, ci si riferisce a quel gruppo di artisti, a quella corrente pittorica, che fa capo, fin dagli inizi del secolo scorso, a Ottorino Davoli. Un artista dalla spiccata personalità, che ha saputo infondere nei suoi numerosi allievi, un modo di interpretare la realtà che prendeva le mosse da diverse correnti pittoriche, come l’impressionismo, con il suo rapporto luce-colore, il romanticismo lombardo, con la marcata matericità e gli intriganti controluce, ed infine, il nascente novecento italiano, con la sua netta sintesi strutturale.
Molti furono gli artisti, che fecero riferimento a quei parametri pittorici, ognuno col proprio stile, ma con riconoscibili basi comuni. Era nato, a Reggio Emilia, spontaneamente ed in piena autonomia, il filone pittorico post-davoliano.
Tra il grande numero di allievi, alcuni maestri come Gino Gandini, Carlo Bazzani, Giannino e Remo Tamagnini, Giuseppe Menozzi, Lanfraco Scorticati, Carlo Destri e Duilio Dalla Salda ebbero , a loro volta, allievi e seguaci. A cinque di questi, che possiamo definire di terza generazione, ci riferiamo nella presente manifestazione:
Rodolfo Pisi, Silla Davoli, Gennaro Laudano, Walter Lusuardi e Giovanni Munarini. Un gruppo di artisti-amici la cui reggianità pittorica è fortemente marcata, così come l’accento dialettale quando parlano tra loro.
Rodolfo Pisi , classe 1935. La sua prima formazione artistica è  iniziata all’Istituto Chierici coi maestri Giuseppe Menozzi, Gino Gandini e Nello Leonardi.
Dal primo ha saputo cogliere l’amore e la poetica del paesaggio delle nostre campagne,  col suo tipico cromatismo, caro a chi ama questa terra.
Da Gandini, l’arte della sintesi e l’analisi della luce, oltre al dono di saper vedere quando un dipinto può considerarsi finito. La dote di sapersi fermare in tempo prima di sovraccaricarlo di inutili orpelli che impedirebbero l’agile scorrere della narrazione visiva.
Da Nello Leonardi, la grafia decisa, il segno forte, il taglio compositivo, la distribuzione dei volumi.
La pennellata corposa e i decisi contrasti cromatici, trasmettono forza straordinaria, bellezza primitiva, forte impatto visivo. La gestualità quasi aggressiva, fanno poi intuire quanto questo artista si faccia coinvolgere nel suo lavoro, quanto l’emozione creativa abbia sempre il sopravvento su tutto, l’anelito ad una piena libertà espressiva, lo fanno arrivare ai limiti della pittura leggibile, senza varcarne i confini.
La figura umana viene espressa attraverso un segno tormentato ma sicuro, forte nella struttura ma delicato nella descrizione delle sembianze.
Silla Davoli , classe 1936. Ha  frequentato la piccola Accademia di Regina Pacis, ma la sua vera scuola fu il negozio di Marzi, dove la maggior parte dei pittori reggiani andava a rifornirsi di colori, di pennelli e di tele.  Silla vi lavorava come solerte commesso, così ha potuto "eleggere"  a suoi maestri, alcuni di quei particolari clienti.
                Infatti, nei suoi quadri,  troviamo la pennellata di Carlo Bazzani, la luce di Gino Gandini, i delicati cromatismi di Remo Tamagnini, un insieme teso a descrivere cose o paesaggi che ci sono famigliari, paesaggi che sentiamo nostri  perché fanno parte della nostra terra.
                Una sintesi poetica fatta di ciò che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi, e non solo le immagini più accattivanti, che , già di per se stesse, contengono un corposo bagaglio pittorico, la barca solitaria ormeggiata sul Po,  il paesaggio collinare sotto la neve o sotto il sole di agosto, o altri soggetti di sicuro impatto emozionale, ma anche altre realtà, che non si penserebbe potessero essere  ispiratrici d'arte, come  capannoni  industriali in una campagna piatta, o un frantoio nel greto sassoso di un fiume.
Gennaro Laudano , classe 1922. I  maestri, che più di tutti hanno influito sul suo stile, sono stati, prima  Lanfranco Scorticati,  poi Carlo Bazzani.
La forza del colore, la spontaneità della pennellata, la costruzione del paesaggio senza l’uso della traccia grafica, la resa prospettica, più intuitiva che scientifica, ma comunque efficace e precisa. Queste le caratteristiche della pittura di Gennaro.
Precisi insegnamenti che si  imparano meglio dal vivo, con poca teoria e molta pratica. Le intere giornate trascorse col maestro e gli amici, all’aperto, a cercare di mettere sulla tela il miracolo della natura, sono servite a guardare per imparare e competere coi compagni per ottenere i risultati migliori. Ogni tanto una pennellata, un suggerimento del maestro, un incoraggiamento a proseguire, a terminare l’opera.
Così Gennaro Laudano fa risaltare le sue opere con la freschezza e brillantezza del colore. Rigoroso nell’impostazione volumetrica, costruisce i suoi quadri con pennellate sicure, ragionevolmente materiche, che mantengono sempre e comunque il dono della spontaneità.
Sa rendere il colore vivo, l’atmosfera  trasparente, l’aria palpabile.  Il paesaggio che si rinnova anche e soprattutto delle sue eteree vibrazioni.
Walter Lusuardi , classe 1928. E’ l’artista che indaga a fondo  la poetica delle cose semplici. Le sue nature morte, hanno superato la composizione accademica, preferiscono  ricordare la calda  intimità della sua cucina ed è per questo, che mantengono quella freschezza singolare, che sfida il passare del tempo, e questo succede perché, dietro al colore nascondono un’anima.
Penso che Walter Lusuardi quando dipinge si senta felice, ed è forse per questo che le sue opere, anche le più semplici, regalano quella piacevole sensazione di pace e serenità, che dura nel tempo.
Ricercare la poesia nelle cose semplici, è sempre stata prerogativa di chi considera la pittura un atto d’amore e di rispetto verso il mondo circostante e soprattutto verso se stessi.
Pur avendo una predilezione per la natura morta,  Walter ha saputo trarre ispirazione anche dal paesaggio. In questo si nota il gesto pittorico del maestro Bazzani anche se, nella scelta degli scorci, ha le sue marcate preferenze (chi non ha visto almeno una delle centinaia di versioni di Villa d’Este ?) .
I suoi colori  richiamano cromatismi fauve, il disegno deciso, scarno, senza compiacimenti, è teso a contornare i corposi volumi di sapore cezanniano. Sono le caratteristiche più appariscenti di uno stile, certamente personale, ma derivato anche dall’ammirazione per le opere dei grandi padri dell’arte moderna.
Walter Lusuardi ha saputo fare tesoro di tutti i momenti della sua vita, dalle uscite a fare pittura en plein air, con gli amici e con qualsiasi tempo, alla calda intimità della sua casa. La sua pittura è ormai dentro di sé, non ha nemmeno più bisogno di vedere il soggetto.
Giovanni Munarini (1921 – 2007) Vive ancora tra di noi coi suoi quadri. Quei colori della nostra terra, attraverso i quali puoi anche immaginare i profumi , gli odori, il caldo afoso dell’estate, il freddo pungente dell’inverno. Un paesaggio che puoi riconoscere come familiare. Le nature morte come momenti di vita di casa sua e i suoi autoritratti nei quali cercava di esprimere non solo le sue sembianze,  ma anche il suo io interiore. Questi sono i contenuti principali dell’opera pittorica di Giovanni.
Alla scuola d’Arte Chierici, ebbe come maestri Anselmo Govi  e Carlo Bazzani, ma , in seguito, lavorando alla Cooperativa Pittori, conobbe quasi tutti gli artisti di formazione davoliana. Era decoratore di professione  e la pittura da cavalletto era da lui  considerata come una piacevole evasione dalla monotonia del lavoro giornaliero. Poteva liberare la mano, costretta durante il lavoro, entro schemi troppo rigidi, e cercare una creatività che appartenesse solo a lui. Un modo come un altro per assaporare il gusto della libertà.
Giovanni Munarini, dopo che ha raggiunto i suoi maestri e amici, nel cielo degli artisti, è diventato anch’egli una tessera colorata e splendente nel mosaico, a noi assai caro, della Suola Reggiana del  Novecento.

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Cinque pittori, cinque artisti, cinque amici. Amici tra loro, amici coi loro maestri , quando questi erano in vita,  coi quali uscivano per la campagna a caccia di immagini . Le testimonianze di questo legame, lo troviamo soprattutto nelle loro opere, dipinti che hanno saputo fermare momenti di vita, per loro,  indimenticabili, piccoli tesori della memoria, il cui valore sentimentale aumenta con l’aumentare dell’età. L’amicizia è quel nobile sentimento che viene cementato quando si amano le stesse cose. In questo caso si tratta dell’amore per la vita semplice e ordinata, che sappiamo condurre in questo piccolo angolo di mondo,  che ci ha visto nascere e che troviamo bellissimo.
L’amico Emanuele Filini  dicembre 2008